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Commento
                 

Margherita Pascoli (19.10.1850-13.11.1868)

 

E' la sorella maggiore dei Pascoli. Nata nel 1850, Margherita appare come la figlia ideale, colei che aiuta la madre nelle faccende domestiche, che accudisce i fratellini più piccoli, che accetta con amore le responsabilità della figlia maggiore. Oltre ad alcune notizie biografiche raccolte dalla sorella Maria, si conservano di Margherita pochi accenni, ma preziosi, dalle poesie del fratello Giovanni Pascoli, oltre ad alcune lettere venute alla luce dall'archivio di Casa Pascoli e, di recente, da quello dell'Accademia dei Filopatridi di Savignano ed esposte all'interno della mostra Il complotto. Il delitto di Ruggero Pascoli, un mistero da svelare.

La figlia maggiore aveva una vera e propria venerazione per suo padre Ruggero, un uomo onesto, dalla tempra fortissima e di grande carisma che, come ogni padre, era il fulcro della famiglia. Dopo il suo assassinio, avvenuto il 10 agosto del 1867 al ritorno da Cesena, verrà spazzata via in un solo istante tutta la felicità dell'infanzia e un'intera famiglia.

 

Margherita aveva dedicato proprio al padre questa poesia:

 

amo il ruscel che limpido

scorre fra verde erbetta;

amo il dolente murmure

d'una leggera auretta

quando gentile aggirasi

accarezzando i fior

e allor che il raggio fulgido

del nuovo sol nascente

tinge di viva porpora

il balzo d'oriente

mille pensier mi scendono

dolci e soavi al cor
 

ma una più grata immagine

sorride al pensier mio

per lui devote s'ergono

le mie preghiere a Dio

Mio Padre! È il mio più tenero

il mio più santo amor.

 

                                                                    Margherita Pascoli

Nell'ottobre del 1868 Caterina, la madre, viene convinta dai parenti di S. Alberto a recarsi per alcuni giorni da loro per cambiare aria: a casa rimangono Margherita, Giacomo (non ancora ritornato in collegio a Urbino), la domestica Bibbiana e la piccola Maria di soli 3 anni. La madre porta invece con sé Ida, di 5 anni. Proprio durante la sua assenza Margherita si ammala, con febbre altissima, causata dal tifo.La delicata figura di Margherita è tratteggiata da Pascoli in varie poesie, come colei che cura i fratelli, che da loro conforto, come quando, pochi giorni dopo l'uccisione del padre, deve recarsi a Urbino in collegio, pallida, vestita a lutto, per comunicare ai ragazzi l'accaduto, accompagnata dal Canonico Balsimelli, amico di famiglia. I fratelli le si stringono intorno piangendo.

La madre, tornando a casa e vedendo la finestra della figlia maggiore chiusa, capisce immediatamente che qualcosa non va: Caterina sarà al suo capezzale notte e giorno, senza mai riposare, ma purtroppo il 13 novembre Margherita lascia i suoi cari. A distanza di un mese, nel dicembre 1868, anche la madre seguirà la figlia, a soli quarant’anni.

Ida (22.10.1863-26.1.1957) e Maria Pascoli (1.11.1865-5.12.1953)

 

Ida e Maria Pascoli nascono a San Mauro presso la Torre, la Tenuta dei Principi Torlonia amministrata dal padre Ruggero, luogo dove il padre aveva trasferito la famiglia nel 1862, anno in cui conduce i figli maggiori (Giacomo, Luigi e Giovanni) al collegio urbinate dei Padri Scolopi. Rimaste orfane in tenera età, trascorreranno l'infanzia e parte della giovinezza presso la zia Rita di Sogliano, sorella della madre Caterina, dove frequentano il convento delle Suore Agostiniane.

 

Raggiunta la maggiore età, le sorelle sentono il desiderio di una nuova vita e scrivono al fratello Giovanni che proprio nel giugno del 1882 si era laureato. Durante i nove anni universitari Pascoli non aveva visto le sorelle, o perlomeno non esistono testimonianze o documenti al riguardo. Spinto da un senso di colpa per averle abbandonate e dalla responsabilità di fratello maggiore, il poeta dopo i primi due anni di insegnamento liceale a Matera, prenderà con sé Ida e Maria, esaudendo in questo modo la loro richiesta:

 

                            povere bambine! Sotto ogni parola di quella vostra lettera così tenera,

                               io leggevo un rimprovero per me, io intravedevo una lacrima!

 

Come egli afferma in una lettera del 1882 all'amico Albini, il suo avvenire non sarà giocondo che della gioia loro, perchè il fine della mia vita è uno solo: rendere loro un poco di ciò che un assassino loro tolse, quand'erano piccine.

E' questo il momento in cui Pascoli elabora il suo nuovo progetto di vita, abbandonando i propositi giovanili che lo avevano già visto affermarsi come poeta, per calarsi definitamente nei panni di quel padre che le due sorelle avevano perduto così tragicamente. Risale all’ottobre del 1884, alla vigilia della partenza per Massa la fresca novellina Le due fanciulle, uno scritto che contiene in sé già il ritratto e il destino di Ida e Maria:

 

C’erano una volta in un paesello, che non voglio dire, due fanciulle che non voglio nominare. L’una, la più piccina, era buona e pensosa come un angiolo emigrato in terra per ragioni di servizio celeste; l’altra, era capricciosetta e bizzarra, diciamolo pure, come una demonietta scappata di laggiù un giorno di gran faccende per i suoi, che non le badavano. Questa aveva, difatti, nei suoi capelli, un poco arruffati, quasi una vampa che al sole pareva d’oro; l’altra, nel suo visino palliduccio e negli occhietti quasi smarriti, aveva ancora un’aria di Paradiso…

 

Questa breve novella descrive perfettamente l'indole così diversa delle due ragazze: la più grande Ida, solare e piena di vita, dai capelli un po' arruffati che avevano una vampa dorata. L'altra, Maria, la più piccola della famiglia, più eterea, pallida e pensosa, dagli occhi smarriti.

La zia Rita, che fino ad allora aveva provveduto alle nipoti, in realtà non accettava di buon grado l’intenzione di Giovanni di portare le sorelle con sé a Massa; a questo lui rispondeva definendo il suo progetto come l’assolvimento di un preciso dovere e che, invece di parole di biasimo, avrebbe avuto bisogno di parole di incoraggiamento. Scriverà infatti più avanti nei versi dedicati alla madre:

Sappi, e forse lo sai, nel camposanto; - la bimba dalle lunghe anella d’oro – e l’altra che fu l’ultimo tuo pianto – sappi ch’io le raccolsi e che le adoro […]

I tre fratelli partiti insieme per Massa il 30 aprile 1885, vivranno qui un periodo sereno: Pascoli lavorava incessantemente, insegnando nel liceo cittadino e dando anche lezioni private. Sin dal 1891, Ida si reca spesso a Sogliano presso la zia Rita, un po' per sovrintendere agli interessi 

familiari, un po' perchè sarà proprio in questi anni che nascerà l'innamoramento per Salvatore Berti, sfociato poi nel matrimonio a Livorno nel 1895. Le lettere del periodo documentano la consapevolezza di Pascoli relativamente al progettato matrimonio di Ida, che non arriva come un fulmine a ciel sereno nella sua vita. Anzi, probabilmente lo stesso poeta l'aveva previsto anche per potere garantire quello che era il patrimonio lasciato dalla madre alle sorelle, ed ormai intaccato a causa del cugino David di Sogliano.

Ecco ad esempio le parole del poeta in una lettera del febbraio 1891:

 

Ora io sento il triste dovere di dirti, o mia sorella d’amore, che tu non hai da far consistere la tua felicità nella nostra. Lo so che non ti vedremmo partire senza lagrime infinite e che sentiremmo l’uno e l’altra spengersi una buona metà della nostra vita; ma noi t’ameremmo sempre e non ti attribuiremmo a torto l’aver seguito la tua stella e la tua fortuna. Ti dico questo, caro angiolino, nel caso che tu abbia a sostenere qualche battaglia tra due beni e due amori: se quello che ti ci contrasta, non è bene e non è amore, oh! allora, Iduccia, son parole vane le mie: qui sei adorata; resta con noi.

 

I fratelli Pascoli si trasferiscono a Livorno il 31 ottobre 1887. Dalla casa di via della Zecca, ricorda Maria nelle sue memorie, ci ritrovammo in uno squallido appartamento a un quarto piano di via Micali mentre in seguito si sposteranno in un appartamento più grande, con un piccolo giardino, sempre nella stessa via. La casa era allietata dalla presenza di tanti animali: varie specie di uccelli, porcellini d’India, un merlo spelacchiato, come ricorda l’allievo, che saltellava per casa e al quale i ragazzi portavano in dono un cartoccetto pieno di grilli.

Ecco come gli alunni ricordano il poeta e le sorelle a Livorno:

era un fedele fumatore di pipa, si era formato un erbario con fiori e piante disseccate, da lui stesso coltivate o raccolte, la casa era piena di gabbie, tutta rassettata e linda, dove Ida sfaccendava e Maria pregava, dove il Pascoli studiava, sognava, cantava.

 

Proprio in questi anni livornesi si realizza la presa di coscienza, da parte del poeta, che il nido in un primo tempo immaginato come foriero di serenità, era invece destinato a sfaldarsi. E così anche il progetto per cui si era così sacrificato dopo i burrascosi anni universitari. Forse a causa degli attriti tra le sorelle, forse anche per il desiderio di una vita “normale”, questi sono gli anni che vedono Ida, la sorella allegra e solare che incarna la voglia di vivere, allontanarsi sempre di più dalla casa fraterna.

Giovanni Pascoli si trova quindi di fronte ad una situazione che di fatto lo ingabbia: da una parte vorrebbe essere in grado di garantire alle sorelle quella protezione, di assolvere quel dovere nel nome dei genitori; dall’altra però, avrebbe di certo preferito, una volta uscita di scena Ida, guardare all’avvenire così come aveva fatto lei. Questo invece non era possibile, per la presenza di Mariù. Una presenza amata ma che lo tiene stretto al culto delle memorie familiari, ad una vita solitaria, una donna che dipende completamente da lui e che, consapevole del senso del dovere del fratello maggiore, non gli consentirà più di uscire da questo legame. Un vincolo quindi che gli impedisce qualsiasi tentativo di costruire qualcos’altro, magari una famiglia nuova e tutta sua, di cui Maria inevitabilmente non sarebbe più stata la protagonista.

Si spiega così la disperazione a ridosso del matrimonio di Ida: non solo per l’inevitabile malinconia per la separazione dopo dieci anni di vita vissuta insieme, quanto invece per essersi irrimediabilmente ritrovato in una situazione senza vie d’uscita, costretto ad assistere alla felicità altrui, limitandosi a guardare tutti gli altri vivere. Ritrovandosi a quarant’anni con un progetto di vita alle spalle non solo completamente vanificato, ma che non potrà mai più evolvere. Eppure Pascoli era nato per l’amore. Lo confessa in un’intervista rispondendo alla domanda sulla sua passione preferita: sarebbe l’amore…invece è il fumo. E le lettere agli amici sono eloquenti, come la seguente a Notarbartolo del 1904:

 

Eccoci qui noi due, il fratello rimasto il più grande e la sorella che era la più piccina, eccoci qui soli soli con non altra compagnia che un povero buon canino. La sorella era troppo misera per maritarsi, il fratello troppo tenero per darle una dominatrice nella casa che ella mi pulisce e abbellisce da tanti anni.

 

Ida si sposa e dalla sua unione con Salvatore Berti di Santa Giustina, nasceranno tre bambine: Giovanna (detta Nannina, n.1896), Myriam (n.1897) e Luisa (detta Lulù, n.1901). I tre fratelli resteranno comunque sempre in contatto, in particolare le sorelle Ida e Maria che si scriveranno per tutta la vita. Il poeta resterà con Maria, proprio nel 1895 affitta una villetta in Garfagnana, a Castelvecchio di Barga, dove andrà a vivere con lei: un luogo immerso nella natura, lontano dalle città, dove si rifugia soprattutto in estate. Maria concepisce la sua esistenza legata in modo indissolubile a quella del fratello. La sua figura però è certamente importante nella vita del poeta, non solo per l'affetto che naturalmente li lega, quanto soprattutto per la dedizione totale al fratello e il continuo supporto durante la carriera di insegnante e di poeta. Tutto questo nella sostanziale differenza tra i due: basti pensare che Maria, religiosissima, conosceva ad esempio solo in minima parte quella che era stata la giovinezza del fratello maggiore, socialista anarchico e rivoluzionario negli anni universitari. Certamente quando il poeta insegnava in città lontane, come a Messina o a Bologna, spesso si ritagliava momenti per sé insieme ai tanti amici che aveva, mentre Maria lo attendeva nella casa di Castelvecchio. Solo Mariù però, come colei che ha condiviso maggiormente la vita del poeta, poteva scriverne la biografia dettagliata,  offrendo al lettore un'immagine del fratello per come lei lo vedeva e considerava, essenziale per gli studiosi pascoliani ma per molti aspetti lontana dalla reale e più complessa personalità di Giovanni Pascoli.         

 

                                                                                                                                                                                   Rosita Boschetti