Camere
Commento
                 

Quando si parla di Risorgimento al femminile, due figure sono ben presenti nell’immaginario collettivo: Anita Garibaldi e la Contessa di Castiglione, tali, per il temperamento e le personali vicende, da colpire profondamente la fantasia.

 

 

 

                Anita Garibaldi (Morinhos, vicino alla città di Laguna, in Brasile, 1821 ca. – Mandriole, Ravenna, 1849). Appartenente ad una famiglia contadina, terzogenita di dieci figli, a 14 anni va sposa ad un ciabattino. Incontra Garibaldi a 18 anni. Dalla loro unione nascono 4 figli: Menotti, Rosita (morta a 2), Teresita, Ricciotti.

                Ottima amazzone, buona nuotatrice, esperta nell’uso delle armi, la fiera, indomita, passionale Anita fu sempre accanto allo sposo, anche in battaglia. Lo seguì pure nel 1849, quando, caduta la Repubblica Romana, Garibaldi intraprese la pericolosissima e faticosa marcia da Roma a San Marino, a Cesenatico, a Magnavacca (oggi Porto Garibaldi). Anita, in stato di gravidanza, stremata dai disagi e da una febbre altissima, dopo un penoso vagare nelle valli ravennati, muore nella fattoria di Mandriole. A forza, Garibaldi viene stacccato da Anita, ormai esanime. I patrioti lo salveranno dagli austriaci che lo incalzavano, grazie alla “trafila”, una delle “glorie” della storia risorgimentale romagnola.

 

                Virginia Oldoini Verasis (Firenze, 1835 o 1837 – Parigi, 1899), sposa del conte Francesco di Castiglione, familiarmente chiamata “Nicchia” (diminutivo di “Virginicchia”, datole dall’amico di famiglia Massimo d’Azeglio), incaricata da Cavour di sedurre Napoleone III, Imperatore dei francesi, onde ben disporlo nei confronti della causa italiana, riuscì perfettamente nell’intento. Di tale successo andò sempre molto orgogliosa. Narrano che conservasse in bacheca la camicia da notte indossata per il primo “storico” incontro con l’Imperatore (che, peraltro, non fu né il primo, né l’ultimo dei suoi molti amanti) e che mostrasse l’indumento col medesimo orgoglio dei vecchi comandanti nei confronti delle bandiere di guerra dei propri reggimenti.

                Se, volutamente, si è sottolineata questa “nota di colore”, triste in realtà fu il declino di Virginia: essa visse gli ultimi decenni nel proprio appartamento parigino, con gli specchi schermati da veli, perchè non riflettessero la sua immagine non più giovane e seducente.

Vogliamo ricordare, accanto ad Anita e a Virginia, una personalità del tutto affascinante (anche: se meno conosciuta): la marchesa Cristina Trivulzio (Milano, 1808 – 1871), sposa del principe di Belgioioso.

                In possesso di una cultura assai vasta ed insolita per i tempi (storia, filosofia, lingue, musica, algebra), di grande intelligenza, affascinante, ricchissima, lasciato Milano dopo il rapido fallimento del matrimonio, dapprima si trasferì a Genova, ove aderì alle istanze patriottiche, poi, per sfuggire ai sospetti della polizia sabauda, a Parigi, ove avevano trovato rifugio numerosi perseguitati politici italiani. A Parigi, il suo salotto divenne uno dei più famosi: accanto ad esuli quali Mazzini, Mariani e Tommaseo, vi si potevano incontrare Musset, Balzac, Liszt, Heine, Chopin, Hugo, La Fayette ed altri ancora. Ardente sostenitrice della causa italiana, al fine di propugnarla Cristina, fra l’altro, fondò nel 1845, a Parigi, un giornale, “La Gazzetta d’Italia”, che trasformò poi nell’ “Ausonio”.

                Tornata in Italia allo scoppio della Prima Guerra d’indipendenza, si adoperò per il buon esito di questa (purtroppo vanamente), quindi raggiunse Roma stretta d’assedio dalle truppe francesi, dopo la proclamazione della Repubblica. Qui, anticipando di un decennio Florence Nightingale, fondatrice della Croce Rossa, organizzato il primo corpo di infermiere volontarie, si distinse per coraggio ed abnegazione. Il ventiduenne Goffredo Mameli, afflitto da cancrena ad una gamba, a seguito di una ferita mal curata, spirò fra le sue braccia.

                Caduta Roma, Cristina fu costretta ancora una volta all’esilio. Andrà prima in Asia Minore, ove acquisterà una vasta tenuta, poi a Parigi. Tornerà in Italia solo ad avvenuto raggiungimento dell’Unità. I compatrioti, comunque, non le mostrarono certo grande gratitudine: la sua attività patriottica venne dimenticata o trascurata, così come, già in precedenza, le innovazioni sociali, che si era sforzata di introdurre nei propri fondi agricoli, erano state oggetto di derisione o di sospetto.

                Oltremodo significativa è la seguente riflessione di Cristina: “Perché in una società ansiosa di abbattere tutte le tirannidi e di aiutare gli oppressi, ci si dimentica che in ogni famiglia ci sono delle vittime rassegnate, il cui sacrificio non è neppure riconosciuto da chi le ha condannate ad una vita di dipendenza?”.

 

                A proposito di salotti, nei quali gli incontri mondani o intellettuali erano in realtà occasione per tessere una fitta rete di solidarietà nazionale, citiamo quello milanese di Clara Maffei (Bergamo, 1814 – Milano, 1886), quello torinese di Olimpia Rossi  Savio (Torino, 1815 – 1889) e, a Bologna, quello di Cornelia Rossi Martinetti (Lugo, 1781 – Bologna, 1867).

                Cornelia, amicissima di Giuseppina Beauharnais, nel primo trentennio del secolo fu una vera celebrità per bellezza, spirito, cultura, adoratori ed illustri amici, fra cui Monti, Canova, Leopardi, il re di Baviera, Foscolo. Quest’ultimo, nel II Inno de “Le Grazie”, la rappresenta come sacerdotessa delle Grazie stesse. Del salotto di Cornelia fu ospite anche Piero Maroncelli, sia negli anni 1816-’17, quando egli studiava presso il locale Liceo musicale, sia nel 1830, quando, uscito dallo Spielberg, tornò brevemente in Italia, fermandosi a Bologna, ove venne aiutato, oltre che da Cornelia, da altre generose dame, quali Gentile Sacchi Clementina e Degli Antoni.

                Frequentare un condannato allo Spielberg, nell’ambito dell’occhiuto, sospettoso, retrogrado Stato Pontificio richiedeva un vero coraggio, come dimostra la vicenda di Francesco, fratello di Piero, espulso dallo Stato proprio a causa della parentela.

 

                Dai salotti, passiamo agli ambiti familiari, ricordando le donne che furono accanto ai propri uomini, nelle vicende umane e politiche.

                Esemplare, in tal senso, è Giorgina Craufurd Saffi (Firenze, 1827 – Forlì, 1911).

                Nata da John e Sofia Maria Churchill, la sua era un’illustre famiglia scozzese, di tradizioni liberali, sostenitrice della causa nazionale italiana e legata a Giuseppe Mazzini da una strettissima amicizia. Conosciuto nel 1851 Aurelio Saffi, giunto esule a Londra, lo sposò nel 1857, dopo aver superato l’opposizione del padre.

                Validissima collaboratrice del marito, ne condivise appieno le idealità, adoperandosi con passione per la loro diffusione. Particolarmente sensibile ai problemi dell’educazione civile e morale dei giovani, fu del pari attenta alla condizione delle donne, di cui evidenzia il ruolo fondamentale nell’ambito familiare e sociale, adoperandosi anche per la promozione di esperienze di associazionismo femminile. Giorgina, fra l’altro, aderì nel 1875 alla campagna promossa dall’inglese Josephine Butler per l’abolizione della prostituzione in Europa e rappresentò l’Italia, assieme al marito e ad Ernesto Nathan, al Congresso internazionale delle opere e delle iniziative femminili, tenutosi nel 1889 a Parigi.

 

                Come non ricordare, poi, Amalia Schneider Maroncelli (Lahr, 1809 – Ueberlingen, 1895)?

                La giovane mezzosoprano del Baden, conosciuto a Parigi nel 1832 Piero Maroncelli, più anziano di quattordici anni e, soprattutto, profondamente segnato dalla mutilazione, lo sposò nel 1833, seguendolo nell’ “avventura” statunitense: qui, sfumato il sogno di Lorenzo Da Ponte di dar vita a New York ad un teatro stabile lirico e con Piero precocemente invecchiato, malato e “perso” nei sogni fourieristici, essa divenne l’unico sostegno della famiglia.

 

                Come non ricordare, altresì, la contessa Teresa Casati Confalonieri (1787-1830)?

                A lungo trascurata dal marito Federico Confalonieri, quando questi venne condannato a morte dal governo austriaco, nel 1823, per alto tradimento, attesi i suoi rapporti con le società segrete dei Carbonari e dei Federati, Teresa si precipitò a Vienna, alla corte imperiale, riuscendo, grazie all’intervento dell’imperatrice, ad ottenere la commutazione della pena in carcere a vita, nello Spielberg. A nulla valsero le rinnovate suppliche di Teresa per una riduzione della pena: essa morì prima che il consorte uscisse dal carcere, per grazia sovrana, nel 1837.

 

                E, ancora, citiamo Anna Zannini Tinelli (Milano, 1805 – 1885), il cui marito venne condannato, per cospirazione, a venti anni di carcere duro allo Spielberg, e Maria Bonaparte Valentini (1819 –  Perugia, 1874), figlia di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone I, e sposa del conte perugino Vincenzo Valentini di Canino, il quale ardente patriota, condivise con la consorte le speranze e le vicissitudini delle Guerre d’Indipendenza.

 

                Fra le tante mogli, poi, che affrontarono col coniuge le difficoltà e le ristrettezze dell’esilio, è doveroso rammentare Ifigenia Gervasi Zauli Sajani (nativa di Sarsina, nel 1810, e morta a Forlì, nel 1883). Andata sposa diciannovenne (1829) all’avvocato forlivese Tommaso Zauli Sajani, uno dei protagonisti dei moti del 1831, lo seguì nell’esilio a Corfù e a Malta. Successivamente, a seguito della partecipazione di Tommaso alla Prima Guerra d’Indipendenza e alla difesa della Repubblica Romana, ne condivise l’esilio in Toscana e in Piemonte, sino al 1859. Donna di grande cultura letteraria, Ifigenia ha al suo attivo una vasta produzione di poesie, racconti storici e drammi teatrali, rappresentati con successo dalle maggiori compagnie italiane. Calcò anche le scene, prima nell’Ateneo Forlivese, poi in importanti teatri d’Italia.

 

                Fra le “compagne di vita” (almeno per un certo periodo) esemplare è Giuditta Sidoli Bellerio (Milano, 1804 – Torino, 1871).

                Giovane vedova, esule per i propri ideali politici, “amò, come leggiamo in un repertorio biografico ottocentesco, di forte amore Giuseppe Mazzini, il grande Agitatore ligure, e tanto intensamente egli corrispose al suo affetto, che tra loro fu ventilato anche qualche progetto di matrimonio. Poi però, in Lui, come è noto, il pensiero di dedicarsi tutto alla redenzione della Patria prevalse sugli affetti di cuore”. In realtà, fu Giuditta a staccarsi da Mazzini, nella speranza di ricongiungersi ai figli.

 

                Dopo aver parlato delle mogli, non possiamo trascurare un altro ruolo femminile peculiare, quello delle madri.

                Emblematiche, in tale ambito, sono le figure di Eleonora Curlo Ruffini e di Adelaide Bono Cairoli.

                Eleonora Curlo Ruffini (Genova, 1781 – Taggia, 1856) ebbe tredici figli, di cui solo sette raggiunsero la maggiore età. Anche di questi, però, il destino fu tragico: Vincenzo, che studiava medicina, si defenestrò; Fortunio morì di tisi; Jacopo, arrestato nel 1833 per aver partecipato ad una congiura mazziniana contro il governo piemontese, si suicidò in carcere, in carcere, Giovanni ed Agostino vennero esiliati per il medesimo motivo e poterono tornare in patria solo alla fine degli anni ’40; Ottavio, il primogenito, violinista e compositore, estraneo alla politica, morì prematuramente nel 1839. Agostino morirà nel 1855. Ad Eleonora sopravvissero solo Angiolina e Giovanni.

 

                Adelaide Bono Cairoli (Milano, 1806 – Pavia, 1871), sposa del medico Carlo Cairoli, di lei più anziano di circa trenta anni, fu madre di cinque maschi e di tre femmine: di queste, due morirono bambine e la terza, assai giovane, di parto. I fratelli Cairoli si batterono tutti per l’unificazione d’Italia e quattro ne morirono: Ernesto combattendo nella Seconda Guerra d’Indipendenza; Luigi di tifo, partecipando all’Impresa dei Mille; Enrico nel 1867, nello scontro di Villa Glori, alle porte di Roma, nel vano tentativo di far insorgere la città, e Giovanni per le ferite riportate nella medesima circostanza, dopo una lunga agonia. L’unico figlio sopravvissuto, Benedetto, al raggiungimento dell’Unità si dedicò alla politica, divenendo anche Presidente del Consiglio (1878 e 1879).

                Era veramente indispensabile un’eccezionale forza d’animo per sopravvivere a tragedie analoghe a quelle che colpirono Eleonora ed Adelaide!

 

                Concludiamo con le donne “guerriere”, che al pari dell’intrepida Anita Garibaldi combatterono sui campi di battaglia.

                Citiamo, dunque, Teresa Cattani Scardi (Forlì, 1807 ca. – 1850), che prese parte ai moti del 1831. “Allo scoppiare della rivoluzione, fu col marito, Vincenzo Scardi, all’assalto del Palazzo del Governo di Forlì, agitando una bandiera tricolore che, perforata dalle palle nemiche, fu da lei vittoriosamente issata al balcone dell’appartamento legatizio. Alla testa di una colonna di donne inquadrate militarmente si recò poi a Cesena, per infondere alle popolazioni il proprio ardore rivoluzionario. Infine, si rifugiò a Rimini col Governo provvisorio, sempre recando il tricolore, con la scritta: – O Libertà, o Morte – “. I coniugi, comunque, poterono tornare a Forlì, dopo un breve esilio.

                Il ritornello di una canzone popolare così celebrava Teresa “La Scardi fu la prima / che si mostrò guerriera / portando la bandiera / dei sacri tre color”.

 

                Continuiamo con Colomba Antonietti Porzi (Bastia, 1829 – Roma, 1849), sposa del conte imolese Luigi Porzi.

                Come leggiamo in un testo ottocentesco, “tagliatisi i neri capelli, onde evitare possibili imbarazzi, e vestita l’uniforme da ufficiale”, combattè col marito nel 1848, nella campagna del Veneto, e nel 1849, a favore della Repubblica Romana, ove “fu sempre tra i più arditi difensori delle mura: il 13 giugno, aperta dal cannone nemico una breccia a S. Pancrazio, e tentandosi da quei di dentro ogni mezzo per ripararla, la giovane, calma e serena, nel posto dov’era più incessante e tremendo il pericolo, aiutava efficacemente il marito nell’opera della difesa, animando gli altri colla voce e coll’esempio, quando, colpita al femore da un proiettile d’artiglieria, cadde tra le braccia dello sposo, gridando –Viva l’Italia- e morì”.

 

                Passiamo ad Angela Cerotti Pasqui (Bertinoro, 1819 – Forlì, 1878).

                Essa seguì il marito, soldato del Battaglione Pietramellara, nelle campagne del 1848 e nel 1849, quale vivandiera. Fatta prigioniera dai francesi, nel corso dell’assedio a Roma, venne per breve tempo deportata in Corsica.

 

                Vivandiere furono anche le forlivesi Antonietta e Paolina Basini.

                Mentre i loro nove fratelli parteciparono in vario grado, a seconda dell’età, alle guerre per l’unificazione d’Italia, esse col fratello Salvatore seguirono Garibaldi in Sicilia, aggregate alla Brigata Bixio, quali vivandiere dei bersaglieri.

 

                Numerose, poi, le donne che prestarono aiuto ai feriti in combattimento. Accanto a Cristina di Belgioioso, di cui già abbiamo parlato, veramente singolare è la personalità di Jessie White Mario (Gosport, Inghilterra, 1832 – Firenze 1906)

                Animata da viva simpatia per la causa nazionale italiana, nel 1854 conobbe Garibaldi, che così la salutò: “Voi sarete l’infermiera dei miei feriti nelle prossime battaglie”. Profezia veramente puntuale! Pur essendole stato precluso l’accesso all’Università, Jessie studiò medicina di propria iniziativa. Sposato Alberto Mario e trasferitasi con lui in Italia, si prodigò nell’assistenza dei volontari garibaldini in occasione dell’Impresa dei Mille, dei fatti di Aspromonte, della Terza Guerra d’Indipendenza, della spedizione nel Lazio del 1867, della spedizione in Francia nel 1870. Fu anche autrice di ricerche storiche e sociali.

 

                Del pari interessante la figura di Laura Solera Mantegazza (Milano, 1815 – 1873).

                Infermiera ed addetta alle ambulanze in occasione delle Cinque Giornate milanesi, della Prima e Seconda Guerra d’Indipendenza, fu anche particolarmente attenta alle esigenze delle donne e dei bambini: creò, infatti, la Casa di ricovero per i bambini delle madri povere e oneste che lavorano fuori di casa, una Scuola per le adulte analfabete, una Scuola Professionale Femminile, rivolta alle fanciulle costrette a lavorare per vivere.

 

                In ambito locale, citiamo infine la bolognese Giulia Bovio Silvestri, sposa di Vittorio Amedeo Paulucci di Calboli, che con altre valorose diresse le ambulanze, in occasione dell’assedio di Roma, nel 1849, e fece parte, nel 1860, del comitato a sostegno di Garibaldi.

 

                Un doveroso omaggio, da ultimo, vada alle tante donne anonime che subirono lutti, sofferenze, persecuzioni, che persero padri, fratelli, figli, mariti, o che con gli sposi in battaglia, in esilio, feriti, mutilati, ressero la famiglia con dignità, fermezza e coraggio.